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Marianna Torta Morolin - Gli Spettacoli

In continua evoluzione ed impegnata in nuovi allestimenti, la Compagnia possiede un buon repertorio di spettacoli classici.

 

Tra questi ricordiamo:             

                                                          

"Sogno di una notte di mezza estate" di W. Shakespeare

 

"Macbett" di E. Ionesco

 

"Guèra o Pas?" di F. Garelli

 

"L'albergo del libero scambio" di G. Feydeau

 

"La violensa a là sempre tòrt" di F. Garelli

 

"Ij tèmp a son cambià Monsù Bonet" di F. Garelli

 

"Na sonada ed Monsù Brichet" di A. Mariani

 

"Le Intellettuali" di Molière

 
"I fastidij d'un grand'om" di E. Baretti  
   


   e, attualmente disponibili (clicca su un titolo per dettagli):

 

"Addio Giovinezza" di S. Camasio e N. Oxilia (Adattamento di G. Ricatto)

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 "Le miserie ed Monssù Travèt" di V. Bersezio

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"La Masca" di G. Ricatto

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"Incontro con Angelo Brofferio" di G. Ricatto

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"Che ciadèl, Monssù Garel!" di F. Garelli

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"Le Bonanime" di G. Ricatto

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  Attualmente in Preparazione: 

Un po' di pazienza... E' ancora una sorpresa! Ma tornate a trovarci e presto lo saprete!

 
 
 
 
 







 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




 


  Addio giovinezza

commedia brillante in tre atti di

Sandro Camasio e Nino Oxilia

Regia di
Silvia Derossi


Rappresentata la prima volta nel 1911 e pubblicata nel 1921. Descrive uno spaccato di vita studentesca nel quadro della baraonda gogliardica della Torino primo Novecento

In una camera d'affitto pressso il Parco del Valentino, abita Mario che sta per laurearsi in medicina. Il suo idillio con Dorina, modista e figlia dell'affittacamere, si intreccia con gli amori di Carlo, quasi avvocato e di Emma sua fidanzatina. Solo l'occhialuto Leone, anche lui studente in medicina, finge amori che non ha, e, partecipa alle vicende dei compagni con una pensosità non priva di accento umano. Infatti, mentre Mario cerca di coinvolgersi in una fugace avventura con una ricca ed avvenente mantenuta, Leone cede alle suppliche di Dorina che riesce così a mandare a monte il convegno. Mario non saprà perdonare, ma giunto il giorno della laurea e chiusa definitivamente l'allegra vita studentesca, ecco che Dorina ricompare a congratularsi e salutarlo. I due giovani si lasciano commossi nel rimpianto della giovinezza che passa e più non torna.

La commedia fu molto fortunata ed amata negli ambienti studenteschi e non solo; a poca distanza dalla sua rappresentazione, la morte di Camasio in un letto d'ospedale e di Oxilia in combattimento, le aggiunse virtù di suggestione, quasi a testimonianza di un mondo crepuscolare di studi e di amori che si chiudeva nel contrasto con una realtà implacabile e solenne


Dalla commedia furono tratte un'operetta musicata da Giuseppe Pietri ed un film.
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Le  miserie 'd monsù Travet

di Vittorio Bersezio

Regia di
Massimo Scaglione

Commedia rappresentata per la prima volta al Teatro Alfieri di Torino il 4 aprile del 1863 dalla compagnia di Giovanni Toselli, con l’esordio nei panni di Madama Travet dell’attrice albese Mariana Torta Morolin.

La commedia è stata tradotta in italiano ed in veneziano da Angelo Morolin, in tedesco da Ottavio Muller; dalla stessa è stato tratto un film con protagonista Carlo Campanini e regista Mario Soldati. L’opera, il cui titolo originale era "Anastasio Travet" è stata anche rappresentata dalla televisione francese nel 1965 con il titolo "Les tribulations de mr. Travet". Altra rappresentazione televisiva più recente (degli anni ’80) è stata quella condotta da Massimo Scaglione con protagonisti principali, Ileana Ghione, Gipo Farassino e Carlo Campanini.

La commedia è una vicenda calata nel circoscritto famigliare da un canto, e dall’altro nell’ambiente burocratico dell’epoca: sferzante satira contro gli ignoranti e i presuntuosi che imperano negli apparati ministeriali in virtù della gerarchia.

Commedia, in qualsiasi caso, di difficile equilibrio tra i vari personaggi, che rischiano sovente di cadere nella macchietta, se non sono sorretti da una naturalezza e sobrietà di accenti. Da una parte c’è la piccola borghesia, rappresentata da Travet, e dalla sua famiglia, in particolare dalla moglie che desidera migliorare la sua condizione sociale (di estrema finezza senza concessioni ad involgarimento alcuno è l’infatuazione di madama Travet per il Commendatore); dall’altra la franchezza ed il buon senso di Giachëtta e di Paolin. Cattiveria, malafede, sono caratteristiche dei personaggi come il Capo Sezione e dei due impiegati regi Moton e Rusca, pronti nelle ripicche, feroci nella maldicenza, spietati nella prevaricazione. Coloriti e più macchiettistici: Brigida, serva impicciona, e Barbarot, l’amico pettegolo. Delicati e melanconici nel loro idillio Paolin e Marianin, la figlia di Travet.

La commedia, a ben vedere è amara, anche se per scopi puramente commerciali in molte riedizioni si sono sottolineati gli aspetti più comici, più esteriori, più superficiali. Il finale è allegro forse per tutti, ma non per il povero Travet che vede la sua vocazione stroncata e deve rinunciare al suo ideale di "impiegato regio". Il profondo senso dell’onore e dell’onestà è la molla che fa scattare le azioni di Travet, che prende coscienza di sé e della propria debolezza proprio quando tocca con mano la malafede e la cattiveria altrui.

 
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La masca

commedia brillante in tre atti di

Giancarlo Ricatto

Regia di Fulvia Roggero

Una scena de "La Masca"


La vicenda descritta nella commedia si riconduce a quei personaggi misteriosi delle Langhe che sono le "Masche". Personaggi di cui non si ha traccia ad est del Ticino, né a sud dell’Appennino Ligure: quindi esclusivamente piemontesi. Personaggi oscuri, terribili, che con sortilegi disparati condizionano la vita altrui o semplicemente un'infame nomea da appioppare a coloro di cui per invidia o altro si diffida?

Poi ancora: invenzione di taluni per raggirare, inibire, condizionare altri più sprovveduti?

La vicenda della masca (vera o presunta) infiorata talvolta da fenomeni paradossali, talvolta grotteschi, poco verosimili che la tradizione della cultura contadina di Langa ci ha tramandato, riesce finanche a scomodare due importanti personaggi come il Diavolo e la Morte. Si profila così un doppio livello di comunicazione, di piani rappresentativi e di valori: è da qui che l’autore cava una serie pressoché inesauribile di soluzioni comicissime, ma anche di considerazioni che, nulla togliendo all’atmosfera divertente ed ilare della pièce, si addentrano nel metafisico e nella gamma dei valori universali.

Un "Libro del Comando" ritrovato, la palese presenza della "Chiave" (simboli caratteristici delle Masche e della loro oscura magia) si trasformano, nell'evolversi della vicenda, in simboli d’amore e di vita perdendo il loro senso macabro fino ad acquisire quello di semplici espedienti per creare suspence e sorpresa.
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 Incontro con Angelo Brofferio

di Giancarlo Ricatto

Regia di
Silvia Derossi


Il Piemonte possiede, com’è noto, una ricca letteratura in lingua locale. Portare questo patrimonio letterario al grande pubblico non è opera facile, sia perché i contenuti richiedono spesso lunghe chiose filologiche e contenutistiche, sia perché la lingua piemontese dei secoli passati non è più comprensibile, sic et simpliciter, ai piemontesi di oggi, anche quei pochi che ancora eloquiscono in questa antica parlata.

Lo scopo primario di questo lavoro è proprio questo: portare la figura del poeta risorgimentale Angelo Brofferio e la sua opera in lingua piemontese (ha scritto moltissimo anche in italiano, e lo spettacolo ce lo fa sapere con rivelanti e non superflui stralci) a conoscenza del grande pubblico, attraverso la strategia ? molto in voga in questi nostri tempi ? dell’intervista a personaggi storici, con un mix di immagini, suoni, animazioni, canti e poesie.

Lo spettacolo si avvale, a questo scopo, di due personaggi principali: uno, il poeta stesso, Angelo Brofferio, l’altro, il Conduttore, che ha il duplice compito di intervistare il poeta e di rivolgersi poi al pubblico con chiarimenti di tipo storico, filologico, linguistico (è lui che saluta il pubblico, all’inizio, ed è pure lui che prima di porgere le più belle poesie e canzoni in piemontese all’attenzione della sala ne fornisce un succinto glossario, ed è sempre lui che avanza domande sibilline sulla vita privata del burrascoso poeta, parlamentare e viveur che gli sta di fronte).

Il risultato è di chiarire in quali circostanze storiche il Brofferio ha composto le sue poesie (quasi sempre in prigione), in corrispondenza di quali avvenimenti storici, a Torino e altrove, di fornire ampi raccordi tra il contenuto delle poesie e gli usi, la moralità, i soprusi, gli aneliti tanto dei personaggi descritti nelle poesie quanto del popolo minuto. Ma le spiegazioni servono soprattutto a mettere in risalto les vices et les vertus del grande poeta risorgimentale, che ha peccato molto e irruentemente, ma è anche stato uno strenuo, eroico difensore delle libertà personali e della dignità dell’essere umano.

Le poesie o le canzoni sono insomma riportate in vita e decantate a viva voce solo dopo che l’animatore le ha brevemente, ma esaurientemente, collocate in un preciso contesto ed ha preparato linguisticamente l’uditorio a recepirle.

Ma la proposta delle poesie e delle canzoni nel mero ordine in cui sono state composte (o che si presume) non schiuderebbe completamente la personalità e non esaurirebbe la poetica di questo geniale "cantautore" ottocentesco. Era chitarrista dilettante (usava la chitarra per accompagnarsi e per comporre le melodie su cui cantare le proprie canzoni, anche se molte sono di significato e di portata così impegnativi che non si può ritenere che tutte fossero state composte per l’allegra sciorinatura su ariette più o meno sbarazzine ad un pubblico di amici ammiccanti) ma era anche pensatore profondo e, foncièrement, rivoluzionario. Aveva insomma una sua visione della dignità umana, della libertà, della patria ideale, della forma di governo adatta ai tempi moderni, dei diritti del popolo, dei doveri sociali dello Stato verso i derelitti, ma anche verso gli artisti e, in particolare, gli attori di teatro. 
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CHE CIADEL, MONSÚ GAREL!

 

Spettacolo comico in due tempi

tradotto e liberamente adattato dai testi originali di Federico Garelli

da Giancarlo Ricatto

Regia di Sergio Chiorino 

Il "ciadel" del titolo è un chiaro riferimento agli esilaranti e scoppiettanti sviluppi che si dipanano nelle due parti dello spettacolo che viene proposto.

 

La prima parte, "I Fòj a beivo al còp", narra le vicende patetiche e comiche di un giovane baronetto ingenuo alle prese con la dura realtà della metropoli Torinese. La sua condizione di ingenuo e benestante, fa gola ai molti personaggi truffaldini a caccia di danari facili. Con tecniche così ingegnose da essere in uso ancora ai giorni nostri, il baronetto ed il suo mentore si faranno abbindolare restando in braghe di tela.  I tre impostori che tentano il colpaccio si rivelano abili lestofanti e svelti illusionisti, facendo sparire beni e denari con navigata esperienza per poi sparire loro stessi... Ma la giustizia ha le unghie lunghe e, presto o tardi, i furbetti vengono acciuffati... 

 

La seconda parte "L'amis dël merlo" (titolo originale: "I misteri ëd monsù Cercatëppe") è stata tratta da uno scherzo comico francese, ampliata con l'aggiunta di alcuni personaggi e ruota attorno ai fastidiosi schiamazzi di un merlo canterino che disturbano i sonni di una piacente e giovane signora. E' tuttavia il proprietario del pennuto che barcamenandosi con tatto e qualche grosso rischio tra il geloso marito della predetta signora, i pruriti della servotta e le rudezze del suo maturo spasimante, in un crescendo di situazioni esilaranti a sbrogliarsi da un'intricata situazione. Non solo, ma alla chiusa finale lo sorreggerà la certezza di poter essere accolto nelle grazie dell'avvenente padrona di casa.

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LE BONANIME

 

Spettacolo comico in tre atti

di
Giancarlo Ricatto

Regia di Sergio Chiorino 

 

 La Buonanima entra in scena poco prima del ritorno dei propri congiunti dalla Messa anniversaria, per osservare il comportamento degli stessi. Il motivo della discussione dei propri famigliari è che a distanza di un anno dalla sua dipartita, la proprietà confinante, lasciatagli a suo tempo da un vicino (Matterino Tartagliotti) prima della partenza per l'Australia, pare debba ritornare ai proprietari originali poichè non si trova più la scirttura di lascito. Questo documento è infatti introvabile perchè rimasto negli abiti con cui la Buonanima è stata sepolta.
Particolarmente incattivita sulle vicissitudini famigliari e sul lascito, è la zitellona Anna Rottura che in casa pretende di tener il bastone del comando facendo filare a bacchetta madre, fratello e servitori. Il fratello minore, Renzo, tutto casa e lavoro, non ha tempo neanche per andarsi a divertire o per farsi una ragazza, tanto è assorbito dalle attività campestri.
Si affaccia nella vicenda il ficcanaso Vittorio Caneta che si inserisce nella famiglia Rottura anche perchè, come confinante, è interesssato alla proprietà Tartagliotti e perchè sospira dietro ad Anna.
Tuttavia gli eventi precipitano: appaiono sulla scena Clementina e Maggy Tartagliotti. Matterino Tartagliotti è nel frattempo mancato: la Buonanima di Rottura apprende la... "lieta"... notizia e lo va a cercare.
Le due Buonanime riappaiono, quindi, per commentare ed assistere  insieme ai comportamenti dei propri conguinti e degli altri protagonisti. Le Tartagliotti, per ragioni logistiche, vengono ospitate in casa Rottura, anche perchè il fabbricato, già di loro proprietà per il supposto lascito, è stato incorporato nell'edificio dei Rottura, ad esso adiacente.

Da questo momento in avanti cominciano ad fiorire situazioni curiose, ridicole, equivoche, tipiche delle case sovraffolate e con popolazione eterogenea...

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